Genitori di adolescenti: istruzioni per l’uso

adolescente

Ecco un bell’articolo della giornalista Claudia De Lillo, in arte Elasti, che ci descrive molto bene come si può stare nei panni di genitori di figli adolescenti.

Elasti racconta la fatica e l’impegno di una madre che osserva il figlio adolescente, nel suo impegno di uscire dalla dipendenza infantile e trovare una propria nuova identità attraverso le esperienze con i pari e i tentativi di relazione con il mondo esterno. Così emerge il movimento di separazione del ragazzo dai genitori, talvolta portato avanti con comportamenti estremi e conflittuali, ma utile per direzionarsi verso l’individuazione di una nuova identità, staccata da quella genitoriale. Una nuova identità apparentemente e momentaneamente molto lontana dagli insegnamenti familiari, ma inevitabilmente impregnata dell’affetto e dell’educazione ricevuti.

Per tutti i membri della famiglia questo momento è un’occasione per cercare nuove modalità di relazione passando attraverso prove ed errori che a volte sembrano adeguati, a volte no. E tuttavia, attraverso questo è possibile rinegoziare un nuovo rapporto, tra persone diverse, perché nel frattempo si costruiscono due nuove identità: quella di giovane-adulto, e quella di genitore di giovane-adulto.
Stella Segatori

Noi genitori di teenager: essenziali e fastidiosi

C’è un tempo della prossimità nel rapporto con i figli, della tenerezza e dell’accudimento. Un tempo che appaga mentalmente e fisicamente, che assegna ai genitori un ruolo preciso. E’ il tempo dell’infanzia, il glorioso e infido tempo dell’indispensabilità. Non è sempre divertente, il più delle volte è estenuante. Eppure ci si sta comodi. Perché sentirsi necessari riempie i vuoti. Poi, proprio quando la simbiosi sembra perfetta, i figli passano al livello successivo del videogioco della vita. E di quella comunione di amorosi sensi non se ne fanno più nulla. Anzi, la trovano disdicevole o patetica. Ci guardano con sufficienza, ci considerano dei simpatici impiastri o dei miserabili falliti. Cambiano e noi restiamo identici, a guardarli inebetiti, mentre porgiamo loro una felpa che non indosseranno. Succede prima di quanto ci aspettiamo, mai quando siamo pronti.

“Dai! Vai! Cosa aspetti?”, scalpitava mio figlio maggiore alla fine della quinta elementare, appena girato l’angolo della scuola. Mostrarsi con me era diventato sconveniente, a 11 anni. Quando ha iniziato a chiamarmi “madre” ho capito di avere bisogno di un nuovo alfabeto per parlare con lui, e di doverlo imparare alla svelta. Oggi ha 16 anni, abbiamo un equilibrio dinamico, fatto di sguardi complici, sfuriate (mie), assenze (sue), errori (di entrambi). E’ tornato a chiamarmi “mamma” e gli sono grata.
Il figlio di mezzo ha 13 anni. E’ ispido e selvatico. Apre squarci di mirabile follia che richiude in fretta. Condivide il suo sguardo storto con gli amici e a noi lascia un grugno insofferente.

Se fossi la loro zia mi godrei lo spettacolo con grande divertimento. Ma sono la madre, e siccome hanno ancora bisogno di me, devo affinare quotidianamente le mie scarse attitudini diplomatiche: osservare da lontano, intervenire tempestivamente, fare domande sgradevoli, contenere, accogliere, reprimere, esserci. Anche quando non li sopporto e, più frequente, quando loro non sopportano me.

E’ una danza scomposta e disarmonica, un corteggiamento sbilenco, un restare e andare al ritmo di una musica di cui ignoro le note.
Certo, li abbracciamo un po’ meno di prima perché sono diventati scivolosi e sfuggenti, non si infilano più nel lettone quando fanno brutti sogni, si chiudono in bagno per ore, hanno un rapporto molto più intimo con il cellulare che con noi, ma rimangono saldamente al centro delle nostre vite e dei nostri pensieri. La loro felicità è anche la nostra, e le ombre nei loro sguardi possono scatenare nubifragi nei nostri.

E noi, noi “madre” e “padre”, noi porto sicuro e presenze moleste, noi che se ci siamo ci ignorano e se manchiamo diventiamo indispensabili, noi cosa siamo per loro, in quell’età di passaggio in cui l’emancipazione è l’unica via per diventare grandi?

Ripenso a me alla loro età. Ritrovo lo sguardo saldo sul mio ombelico, i sogni, le paturnie e le ribellioni. Scavo ancora nella mia memoria. Vedo, in un angolo in ombra, il contorno di due figure sbiadite, due rinunciabili comprimari, il cui ruolo era strettamente funzionale al suddetto ombelico. Chi erano, cosa pensavano, che facevano? Mi interessava pochissimo, quasi niente.

Prendo coscienza con sgomento che adesso in quel posto nelle retrovie, immerso ad arte nella nebbia dell’indifferenza, probabilmente ci sono io, agli occhi dei miei figli. E malgrado forse sia giusto così, questa asimmetria mi fa rabbia, perché l’empatia si impara in famiglia. Per questo continuo a raccontare loro storie, a condividere il mio sguardo, a difendere strenuamente il mio ruolo, non solo materno, nelle loro esistenze distratte. E quando, per zittirmi, mi dicono condiscendenti: “Bene, mamma, ma ora fai la brava”, li ignoro oppure invito nel lettone il piccolo, ultima propaggine dell’infanzia domestica.

Elasti (Claudia De Lillo)

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